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Se l'ONU condanna ancora l'embargo a Cuba e i media non se ne accorgono |
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Sabato 19 Marzo 2011 00:21 |
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(Da giannimina.it)
Le recenti elezioni di Dilma Rousseff alla Presidenza del Brasile e di Pepe Mujica in Uruguay, così come l'undicesima vittoria in dodici anni di Ugo Chavez nelle elezioni di metà mandato in Venezuela, hanno confermato il vento progressista che spira in America latina e che, evidentemente, influenza le scelte di molti altri paesi, specie del sud del mondo.
Martedì 26 ottobre, per esempio, l'Assemblea della Nazioni Unite, per il diciannovesimo anno di seguito, ha condannato il blocco economico imposto dagli Stati Uniti a Cuba, che dura ormai da quasi mezzo secolo e rappresenta un vero e proprio assedio della nazione più poderosa del mondo all'isola della Revolucion.
187 paesi hanno votato in favore del documento proposto da Cuba. Contrari solo Stati Uniti e Israele. Tre gli astenuti: Isole Marshall, che ospita una grande base militare Usa nel Pacifico, la Micronesia e le Isole Palau.
Quest'ultimo è un arcipelago del Pacifico, di ventimila abitanti, ed è praticamente un protettorato Usa, tanto da essere rappresentato all'ONU da Stuart Beck, un avvocato di Long Island di cittadinanza israeliana.
L'anno scorso Palau aveva votato in favore dell'embargo, dopo aver ricevuto 200 milioni di dollari per accollarsi diciassette cinesi musulmani uigur, catturati in Afghanistan e finiti a Guantanamo.
Quest'anno, evidentemente, a questo statarello è mancata la materia prima per continuare in questo mercato.
L'occasione per confermare il proprio pregiudizio quando si parla di Cuba non è mancato invece a buona parte dei media italiani, che hanno fatto finta di non accorgersi che la condanna votata dall'Assemblea delle Nazioni Unite “riafferma i principi di eguaglianzasovrana fra gli stati e di non intervento o ingerenza nelle questioni interne e nella libertà di un paese”.
Perché il documento votato al Palazzo di vetro ribadisce il rifiuto di promulgare e applicare leggi come la “Helms-Burton”, emanata dal governo degli Stati Uniti nel 1996 “i cui effetti extra territoriali nuocciono anche alla sovranità di altre nazioni e agli interessi legittimi di entità e persone sotto la propria giurisdizione e attentano alla libertà di commercio e navigazione”.
Molti dei nostri media, in questo autunno farsesco del nostro paese, hanno ignorato però questi dettagli e i solerti redattori di questi strumenti di comunicazione non si sono nemmeno accorti, navigando in rete, delle immagini dei diplomatici dei vari paesi del mondo che, alla fine della votazione, hanno fatto la fila per complimentarsi con il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodriguez.
Un atto non di invincibile “antiamericanismo” ma di rispetto che si deve al diritto di autodeterminazione dei popoli.
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Egitto, il silenzio di Internet |
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Venerdì 28 Gennaio 2011 22:20 |
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(28 gennaio '11, da webnews.it)
Può una nazione spegnere Internet? A
quanto pare sì: è successo. L’Egitto in queste ore sta
attraversando una crisi istituzionale di grave entità, con la
popolazione scesa nelle piazze a protestare contro il Governo Mubarak
per chiederne le dimissioni. Una volta intuito che la comunicazioni
sono il collante che tiene assieme i protestanti, ecco che le
istituzioni reagiscono nel modo più violento e becero ipotizzabile:
fermati gli SMS, bloccata Internet, spente le comunicazioni.
Ma è questo un silenzio che grida
vendetta. Spegnere Internet, a questo punto, è come gettare acqua
sulla benzina infiammata, ottenendo così esattamente l’effetto
contrario. Il silenzio di Internet in Egitto in queste ore è infatti
un’implosione, la creazione di un buco nero nelle comunicazioni che
pone l’Egitto improvvisamente al centro del mondo intero. La
comunità internazionale guarda sbigottita, attonita, nell’attesa
speranzosa che qualcuno riaccenda la luce. Perché se così non
accadrà occorrerà prendere dei provvedimenti.Una nazione può
spegnere Internet. Succede quando il potere ha mani lunghe, troppo
lunghe, fino ad essere in grado di andare oltre la civiltà nel
proprio imporsi come entità al di sopra della società. Succede
quando non ci sono leggi a tutelare il ruolo della Rete in qualità
di mero strumento privo di anima e responsabilità, di cui garantire
sempre e comunque la piena disponibilità in qualsiasi condizione. La
neutralità è stata in questo caso non solo forzata, ma soverchiata
completamente da una volgarità senza pari: qualcuno ha alzato il
telefono, ha minacciato chi di dovere facendo presumibilmente leva su
mercati, autorizzazioni ed introiti, ed ha imposto un momentaneo
silenzio. I provider, aziende in questo caso strettamente dipendenti
dal placet delle istituzioni alle loro attività, non hanno potuto
far altro che fermare i propri server, chiudere la porta e spegnere
la luce.
La comunità internazionale non può
accettare che un paese chiuda arbitrariamente i propri contatti con
l’estero: i bit devono poter fluire perché sono il sangue vitale
che trasporta informazioni, libertà, immagini e testimonianze.
Interrompendo Internet (soprattutto se al tempo stesso si ferma il
traffico SMS per i medesimi scopi) si fermano i mercati, si fermano i
rapporti tra le persone, si fermano le attività istituzionali, si
ferma tutto. Si ferma, soprattutto, quella serie di connessioni che
la vita di ogni giorno genera all’interno del tessuto globale,
isolandone un tassello in modo innaturale, forzato e pericoloso.
Paradossalmente, si ferma tutto tranne che la protesta: quella è
ormai divampata ed in un modo o nell’altro saprà organizzarsi
comunque perché la miccia è ormai innescata.
Non può essere questa una situazione
che può passare inosservata. Il mondo intero ha la responsabilità
di dimostrare che Internet è oggi un principio saldo e non
contrattabile. Fermare la Rete non può essere interpretato come una
semplice misura di controllo dell’ordine pubblico: è un oltraggio
insopportabile, è una violenza inaudita nei confronti della libertà,
una questione che nessun paese moderno può tollerare. Se non si
solleverà una protesta forte ed immediata da parte della comunità
internazionale, la ferita dell’Egitto è destinata a sanguinare ai
danni di tutti: se non si dimostrerà con la forza che Internet non
può essere arbitrariamente spenta, prima o poi la situazione accadrà
di nuovo scavando una profonda falla nella solidità delle democrazie
di oggi.
Internet non ha colpe, Internet non ha
meriti. Internet va difeso semplicemente in qualità di punto di
riferimento irrinunciabile. Internet va difeso poiché, come l’aria,
permette alle persone di dialogare, comunicare, confrontarsi,
testimoniare, decidere, riflettere.
L’oltraggio dell’Egitto non può
essere ignorato: sarebbe un pericoloso passo indietro per tutti.
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I tragicomici cantori di Sergio Marchionne nel paese dei servi e dei padroni |
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Martedì 11 Gennaio 2011 23:22 |
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(7 gennaio '11, da peppinoimpastato.com)
Negli ultimi giorni dell'anno appena
trascorso ha tenuto banco sui giornali e in tv la discussione sul
nuovo contratto imposto da Fiat ai suoi operai e accettato dai
sindacati, con l'eccezione della Fiom. Contratto che estende a tutte
le fabbriche del gruppo le condizioni di lavoro già sottoscritte per
lo stabilimento di Pomigliano: pause più brevi, stretta sulle
assenze, limitazioni alla rappresentanza sindacale, contrazione dei
diritti.
Com'era ampiamente prevedibile,
nel'Italia dell'informazione zerbino e dei leccaculo di professione,
il grosso dell'establishment politico, sindacale e mediatico si è
immediatamente schierato dalla parte del più forte, ovvero della
Fiat guidata da Marchionne; il quale ha ben capito che in un Paese
con una classe dirigente senza più credibilità e capace solo di
salvare se stessa e i suoi privilegi, è possibile scavalcare
qualsiasi mediazione e imporre le proprie condizioni senza cedere di
un millimetro sulle richieste dell'altra parte.
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Il 10 gennaio illuminiamo la Corte |
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Domenica 09 Gennaio 2011 11:58 |
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Un presidio con candele per “Illuminare” il cammino della Corte Costituzionale sul Legittimo Impedimento, il 10 gennaio: il giorno prima dell’inizio dei lavori dei Giudici. Questa sarà una settimana decisiva per il futuro dell’Italia. Infatti i giudici della Corte Costituzionale dovranno esprimersi sulla costituzionalità della legge sul “Legittimo Impedimento”: l’ennesima “ad personam” , utile solo [...]
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